La storia dei Ferrante e dell’antico Palazzo

(di Enzo Maccallini – Lucio Losardo) La Famiglia e il palazzo Ferrante. La famiglia Ferrante dal XVI secolo, e parte importante ed ineludibile della storia politico culturale nonché economico sociale di Civita d’Antino. In questo periodo, procedente da Valmontone, arriva il capostipite della casata: Domenico Ferrante, il quale, “verso la seconda meta del 1500 abbandono Valmontone, a seguito di forti contrasti con le autorità pontificie di quel paese, e, “valicando le montagne che dividevano lo Stato Pontificio dal Regno delle Due Sicilie, si fermò prima a Rendinara e subito dopo a Civita d’Antino, dove cominciò ad acquistare dei beni. 

D’allora molte generazioni, tra cui illustri giuristi, archeologi, canonisti, medici, religiose, prebisteri, prelati, uomini politici, alti funzionari dello Stato, si sono succeduti da padre in figlio legando a Civita d’Antino, in non pochi casi, la propria vita e la propria opera. Di ciò, oggi, oltre alle testimonianze della storia, fisicamente, rimane ancora un monumento importante; un altro testimone muto tra i tanti che sopravvivono in questo luogo, e cioè, il Palazzo Ferrante: “casa che attraverso diverse generazioni” divenne l’attuale edificio che si trova nel cuore del paese. Dalle sue stanze, mal ridotte dal terremoto del 1915 e dal passare dei decenni, viene fuori ancora un grande passato di cultura, di storia e di notizie riguardanti la vita di queste popolazioni. Il poeta danese Giovanni Joergensen, che raggiunse il paese subito dopo il terremoto del 1915, sul Palazzo Ferrante ha scritto questa testimonianza quando racconta lo spettacolo che la loro carovana con aiuti vide mentre saliva: “La signora Graziuccia seduta in silenzio accanto a me, addita ad un tratto, in alto a sinistra, un importante edificio ruinato: e la Villa Ferrante, il primo segno della prossimità di Civita …… Ma ancora un ultimo giro attraverso Civita d’Antino, fino al giardino del Palazzo Ferrante. Nell’ aristocratico parco, tra le romantiche siepi da bosco, sono state drizzate tende e baracche. Vari fuochi sono accesi, e tutto intorno fanno ghirlanda piccoli gruppi: almeno la legna non manca per riscaldare un poco quella povera gente! (2). In questo libro, per ragioni di spazio e di sintesi, non possiamo parlare di tutti i Ferrante. Alcuni, tra l’altro, hanno aperto e chiuso diversi rami della famiglia in altri luoghi: Roma, Alvito, Civitella Roveto e Morino (3). Abbiamo scelto coloro che sono stati più legati direttamente alla vita quotidiana dei civitani e della cui opera rimane un ricordo e una testimonianza. Ci sarebbe piaciuto molto parlare anche di altre “antichissime famiglie come ricorda l’Abate Don Giovanni Fabriani in riferimento, ad esempio, ai Panella, ai Di Curzio, ai Di Muzio e ai Gigli., cosi come sugli stessi Fabriani o altri, ma non è stato possibile reperire facilmente sufficiente documentazione. Sappiamo che esistono alcuni documenti, come per esempio, le “Memorie” dell’Abate Fabriani, che sarebbero il punto di partenza per un’ulteriore ricerca approfondita. Per ora quest’idea resta un bel compito per il futuro, per altri autori, o magari per un Archivio cittadino del quale si sente il bisogno.

La Casa Ferrante. Subito dopo l’arrivo da Valmontone del capostipite Domenico, e l’ora del figlio: Ferrante Ferdinando Ferrante, morto alla fine del 1661, qualche mese dopo la morte del proprio figlio Pietro, deceduto a soli 51 anni nel maggio del 1661. Il Ferrante Ferdinando, agli inizi del 1600, dono alla Chiesa Convento di Santa Maria Maddalena, oggi scomparsa, un altare dedicato alla Santissima Concezione con un grande dipinto attribuito al pittore napoletano Pietro Stanzione (1585-1656) e “prospiciente l’Altare fece costruire la tomba gentilizia della famiglia”. Il sacerdote Stefano Ferrante (1645-1720), fece costruire, adiacente il Palazzo della famiglia, la Cappella “gentilizia” dedicata a la Santissima Concezione, verso i primi anni del 1700 e, ciò, accadde dopo che il prebistero prese atto che la vecchia Chiesa Convento di Santa Maria Maddalena, ove suo nonno aveva lasciato i “sacri doni” dell’altare e del dipinto, era andata definitivamente in rovina. Sappiamo che almeno sino al 1663, data della visita di Mons. Maurizio Piccardi, Vescovo di Sora, c’era ancora la Chiesa Convento di Santa Maria Maddalena. La sua progressiva scomparsa e rovina va collocata in data posteriore ma non si conosce con precisione quanto tempo dopo. Nel Novembre 1711 “tutto e macerie”, come risulta dalla relazione della visita pastorale del Padre Pietro Parente e dell’Abate Nicola Celli. L’altare e il dipinto furono traslocati nella nuova Cappella “gentilizia”, dove si trovano attualmente e che dal loro contenuto religioso, dedicato alla Santissima Concezione, questa Cappella prese il nome. Sotto l’altare, più tardi, agli inizi del 1800, vennero sistemate le spoglie di San Lucio martire, date in “patronato” da Papa Pio VII ai Ferrante. Sarà il sacerdote Giuseppe Ferrante (1682-1754) ad ottenere da Papa Clemente XII, nel 1735, il “riconoscimento di altare privilegiato per la Cappella della S.S. Concezione” (7). Filippo Ferrante (1687-1781), come risulta dalla lapide collocata nel 1761 nella Cappella, procedette ad ordinare lavori per ingrandire questo sacro luogo e decise “con autorità di giudice ordinario, che ogni mese venissero celebrate cento messe per se ed i suoi e cento per i defunti (8). Aniceto Ferrante (1823-1883), fu Vescovo di Gallipoli e di lui resto per sempre il ricordo di essere stato “uno scrittore illustre”. Subito dopo la meta del XVIII secolo compaiono due Ferrante tra i più rinomati: Domenico (1752 1820) e Francesco (1755-1815), ambedue archeologi. Al primo, Civita d’Antino, dopo ciò che fece il Febonio molti anni prima pi, deve buona parte della conoscenza di alcuni importanti momenti e monumenti della sua grande storia passata; mentre lo stesso accade a Luco dei Marsi con il secondo.

Infatti, Domenico e considerato il “primo archeologo di Civita d’Antino “, scopritore di gran parte della documentazione epigrafica che poi studio, decifro e classifico Teodoro Mommsen (9) mentre Francesco e considerato, invece, lo scopritore dell’antica Angizia. Nel caso singolare di Domenico, va ricordato un particolare essenziale per Civita d’Antino, e cioè il fatto che il prete e avvocato Domenico De Sanctis, abbia potuto scrivere, senza aver mai visitato il Paese, la sua “Dissertazione Terza. Città e Municipio ne’ Marsi”, nel 1784, attingendo notizie e dati precisamente da Domenico Ferrante. Nella riduzione che fece di quest’opera classica per i civitani l’Ingegnere Francesco Di Cesare, leggiamo: “Quelli che qui abbiamo menzionato sono i Magistrati ed i Collegi del Municipio Antinate rammentati da questi marmi. Forse un giorno, se vedranno la luce altre lapidi antiche ora sepolte, si avranno notizie di altre Cariche, di altri Sacerdozi e di altri Collegi. Se dopo tanti secoli torna a rivivere nella memoria degli uomini questa Città e Municipio dei Marsi, e solo per opera di un nobile suo cittadino, il sig. Domenico Ferrante, che mosso dal suo bel genio erudito non risparmio ne fatica ne spesa nel ricercare, disseppellire, trasportare e riunire nella sua casa, dove oggi si conservano questi preziosissimi monumenti della sua Patria. Serva il suo buon gusto di esempio ad altri nobili Marsi nel rintracciare e conservare le antiche memorie della loro Patria e Nazione. Calchi infine il piccolo Filippo Ferrante le orme di questo zio paterno, affinche facendo un giorno anch’egli nuove ricerche possa ancor più confermare guanto l ‘ autore di questa dissertazione, suo prozio materno, ha avuto modo di raccogliere su questa Antica Città e Municipio d’Antino (11). Dell’immane opera sia di Domenico che di Francesco, altri due grandi archeologi, il Premio Nobel per la letteratura 1902, Theodore Mommsen e il gesuita Raffaele Garrucci, si esprimo con parole di elogio e ammirazione e non risparmiano nulla per sottolineare il contributo che loro diedero alle scienze storiche in generale. Il Garrucci, in particolare, riferito a Francesco, ricorda che si deve “a lui la notizia e le varie copie della celebre lamina posseduta tuttora dall’Onorevole ed eruditissimo Signor Antonio Ferrante ” ..

Evidentemente si parla della lamina in bronzo conosciuta come il “Magistrato di Venosa” (“Pacujo Medis o Medixtuticus”) che si trova attualmente nel Museo del Louvre a Parigi, dove finì dopo la sua scomparsa dal Palazzo Ferrante. Alcuni testi affermano, senza esibire documenti che lo attestino, che questa lamina sarebbe stata venduta dai Ferrante ai Colonna e questi l’avrebbero venduta al Louvre. Invece, Antonio Ferrante, nel suo libro del 1977, scrive: “Da ricerche fatte effettuare da me, recentemente, al Louvre risulta che la iscrizione e stata venduta al Museo il 30 giugno 1897 “da parte di un certo Canessa e il luogo del rinvenimento della stessa e Antinum ‘ (13). Oltre alla sua attività scientifica come archeologo, Francesco, discopritor d’Angizia “, come lo definisce il Guattani (14), e legato particolarmente alla Cappella della Santissima Concezione, poiche egli e anche la persona alla cui il Vicario Generale del Papa, Benedetto Ferraia, (Patriarca Costantinopolitano, facente le veci del Cardinale Giacinto Ponzetti, custode della Sacre Reliquie ), con la Bolla del 16 Aprile 1806, dono ai Ferrante sottoforma di “patronato” le sacre spoglie di San Lucio martire, che l’11 aprile del 1804, per volontà del Papa Pio VII, erano state estratte dal cimitero di S. Priscilla in Roma,Via Salaria.

Filippo Ferrante (1783-1845), ebbe un figlio, Giacinto (18291868) che divento Sindaco di Morino, cosi come Antonio Ferrante (1786 -1869), il più politico della casata, fu il primo Sindaco di Civita d’Antino dell’Italia unita, nel 1861, per decreto del Re Vittorio Emanuele II’. Antonio, sposo due volte con donne di Luco dei Marsi (Maria Ercole) e di Alvito (Maria Panicoli Rossi) e dedico la sua vita agli affari politici senza tralasciare l’amministrazione del patrimonio familiare. Si occupo degli affari privati del Re Francesco I’ di Borbone per l’intera provincia di Napoli. “Questo spiega la ragione per cui il figlio, Ferdinando II; il 12 luglio 1832, fu ospite in Civita d’Antino. A ricordo della visita, il Re concesse il privilegio dalla catena di ferro che ancora esiste dinanzi il portone deI Palazzo Ferrante “. (15) Nell’aprile del 1832 Antonio Ferrante viene nominato, per decreto reale, Presidente della Commissione Distrettuale di Avezzano; organismo che doveva segnalare alle rispettive autorità i bisogni e desideri della popolazione del Distretto. Il corpo elettorale della Marsica lo elesse deputato al Parlamento Borbonico del 1848 e più tardi, in seguito ai tumulti del maggio dello stesso anno che indussero Ferdinando II’ ad indire nuove elezioni, venne rieletto nel Collegio di Avezzano. Ma, qualche settimana dopo, il 10 luglio, Antonio Ferrante rassegno le dimissioni motivandole per ragioni di salute, cosa non esattamente vera poiché, in realtà, era in forte contrasto con il Re. Ormai si era convinto che l’unita dell’Italia non solo era inevitabile ma anche necessaria. Antonio, nella sua lunga vita, 83 anni ben portati sino alla fine, ospito nel Palazzo di famiglia una lunga schiera di artisti, intellettuali, uomini di cultura e scienza, italiani e stranieri, e grazie alla loro opera, portata a compimento sotto la paterna ospitalità di Antonio Ferrante, oggi si conservano parecchie testimonianze sulla storia di Civita d’Antino.

Di Emilia Ferrante (1825 ? ) che contrasse matrimonio a Sora con Pietro Bastardi, ci parla il Mommsen nel suo “Corpus” in cui ricorda il suo grande interessamento per l’archeologia. Poi seguono: Domenico Ferrante (1829-1914), tenuto a battesimo da Carlo Morichini, che poi divenne Cardinale di Santa Romana Chiesa e che era figlio del grande Domenico Morichini (16); Manfredo Ferrante (1819-1881), il cui matrimonio con Caterina Decy fu celebrato nella Cappella della S.S. Concezione dal Vescovo di Sora di allora, Mons. Giuseppe Pontieri, cosi come accadde con il matrimonio di Luisa Ferrante (1860-1933) con l’avvocato Matteo Marinaci, celebrato dal Cardinale Ignazio Persico. Finalmente dobbiamo ricordare, seppur brevemente, Enrico Ferrante (1861-1943), Sindaco di Civita d’Antino per molti anni e Filippo Ferrante (1862-1915), Pretore onorario di Civitella Roveto, morto in un albergo di Avezzano la notte del 13 gennaio 1915, giorno del grande terremoto. Le donne della casata Ferrante di cui esiste qualche notizia, non sono molte; alcune di esse, fra il 1690 e il 1870, diventarono religiose: Ippolita (1690 -?), Egizia (1722-?), Costanza (1756-1812) e Giacinta (1815-1870). Esistono alcune notizie su altre dieci donne, sposate o nubili. Un’altro dato importante riguarda invece i 9 maschi che tra il 1645 e il 1896 divennero preti. Fra loro spiccano tre: Padre Giuseppe Ferrante (1754-1803) che divento Direttore del prestigioso Collegio Capranica di Roma; Monsignore Aniceto Ferrante (1823-1883) consacrato Vescovo di Gallipoli e Padre Francesco Ferrante (1818-1896), Provinciale dei Gesuiti per la Provincia di Napoli. Su 28 Ferrante, discendenti diretti del capostipite Domenico, vissuti tra il 1610 e il 1977, l’età media risulta molto elevata: 70 anni. I casi più longevi, con 80 o più anni di vita, sono 11. Due superarono i 90 anni: Filippo (16871781) e Alessandro (1718-1808).

Resta per approfondire una questione più generale, e cioè, il rapporto di queste persone con la popolazione di Civita d’Antino, con le sue istituzioni e con la sua vita socio-politica nonché economica-culturale, rapporto che si protrae sino ai giorni nostri nella persona e famiglia di Filippo Ferrante. Quello squisitamente culturale appare come il meno problematico e il giudizio complessivo, per quanto siamo riusciti a capire e altamente positivo e lusinghiero per i Ferrante. E’ evidente che dettero un grande contributo alla conoscenza del passato storico di questa cittadina e senza l’opera molteplice di molti di loro, i “silenzi” civitani sarebbero ancora parecchi. Tra l’altro, ascoltando molte testimonianze orali degli attuali civitani, ciò traspare in modo limpido e affettuoso, con qualche dubbio, qua o la, per quanto riguarda la fine che hanno fatto tanti beni artistici (dipinti, statue, libri, documenti, ecc.) che, ovviamente nessuno contesta come legittimamente appartenenti alla casata. Si tratta piuttosto, mi sembra di aver capito, di una sorte di nostalgia nel senso di aver preferito che restassero presso il Palazzo da dove, per motivi di proprietà, eredita, dono, ecc. sono usciti prendendo altre strade. Per quanto riguarda invece l’ambito dei rapporti economici, essendo stati i Ferrante i più grossi proprietari terrieri del luogo, resta un ricordo ambivalente come accade spesso in questi casi: da un lato la gratitudine dovuta ai datori di lavoro, con l’indiscussa riconoscenza, che raggiunge anche la dimensione politica, per quanto la famiglia Ferrante fece in favore del progresso materiale e la crescita del paese; d’altro lato serpeggiano ricordi meno grati per quanto riguarda l’esercizio del potere economico della casata nei confronti dei diritti salariali, sindacali o sociali. Ad ogni modo, un vera ricerca su queste materie, e certamente non e questo il nostro scopo in questo libro, dovrà tener sempre conto delle condizioni storiche del momento.

Sarebbe errato e ingiusto giudicare questo passato con i criteri dell’odierna realtà come errato e ingiusto sarebbe che domani, fra 100 o 300 anni, le nostre civiltà d’oggi venissero giudicate con parametri del 2100 o del 2300. Ogni momento della storia ha le sue coordinate per essere capito e quindi nessuna estrapolazione di fatti ed avvenimenti dal suo contesto spazio-temporale appare corretta e legittima. Sono questi i principi normativi che dovrebbero guidare anche, e soprattutto, un’approfondita ricerca per quanto riguarda l’aspetto forse più centrale di questi rapporti, vale a dire, l’ambito politico. Civita d’Antino ha avuto due Sindaci usciti dalla casata Ferrante. Addirittura, il suo primo Sindaco, come in precedenza accennato, dal giorno dell’unita d’Italia e stato un Ferrante per nomina del Re. In questo campo, volente o nolente, subentrano in modo più palese, anche se a volte mascherate, considerazioni di parte, di appartenenza a gruppi politici che a Civita d’Antino, come altrove, si sono dati battaglia nella dialettica democratico-elettorale. Nella prospettiva politico-elettorale, ma anche in altre di tipo economico, sociale o culturale, va ricordato che non sarebbe giusto prendere i Ferrante come un gruppo omogeneo in cui tutti hanno pensato e agito allo stesso modo; anche tra i tanti discendenti del capostipite Domenico, lungo quasi cinque secoli, sono esistenti divergenze di veduta e di opinioni e non tutti hanno avuto gli stessi comportamenti. Basti ricordare che fra loro ci sono stati convinti assertori della monarchia e, al tempo stesso, uomini che con la monarchia hanno rotto, e altri ancora sostenitori dell’unita d’Italia, oppure repubblicani.

Il Palazzo Ferrante

Abbiamo gia detto che la storia della casata Ferrante e inseparabile della storia di Civita d’Antino dalla meta del 1500 in poi. Uno dei tantissimi anelli di congiunzione e stato, ed in qualche modo e cosi tuttora, il Palazzo Ferrante ove questa famiglia ha vissuto e lavorato nelle persone di decine di discendenti. Una prima e formidabile testimonianza di questo passato e, appunto, il Palazzo stesso, che di per se costituisce un monumento architettonico di grande valore anche se, oggi, non appare in buone condizioni per il suo stato di abbandono. Indivisibile dal Palazzo sono stati i giardini che lo circondavano, chiamati popolarmente per la loro bellezza “giardini vaticani di Civita d’Antino” e sui quali esistono molte e autorevoli testimonianze. Una buona parte di questi giardini, oggi chiamati “La Pista” (ex “Cauta”), furono espropriati ai Ferrante per farli diventare pubblici.

“Grazie agli studi del Letta e possibile conoscere il luogo del foro del municipio antinate, data l’esatta ubicazione delle basi onorarie di statue, che ornavano il foro antico rinvenuto nel Settecento dai Ferrante nell’area dall’attuale Giardino Pubblico…..II foro di età imperiale, ma probabilmente, anche quello di età repubblicana, e quindi ubicabile nel pianoro che si sviluppa intorno al Giardino Pubblico (quota 907), sotto l ‘acropoli. L’area dell’antica piazza doveva quindi comprendere il giardino e il pianoro compreso tra Viale Giardino, Via Vittorio Veneto e Via Guglielmo Florio con probabile pianta rettangolare di metri 50 x 150 ad orientamento nord/nord-ovest, sud/sudest “(18). In questo Giardino si trovano tuttora due delle epigrafi più importanti di tutta questa preziosa documentazione: la base di una statua in onore di Q. Novius Iucundus e un’altra base della statua in onore di Sesto Petronio Valeriano, uno dei “supremi magistrati di Antinum “. L’epigrafe in questo caso e sormontata da un obelisco in cui si distinguono due pezzi (19). Sino a qualche anno fa nel Palazzo c’era una importante Biblioteca risalente la seconda meta del secolo XVIII, piena di volumi preziosi, alcuni molti antichi, sistemati in scaffalature in legno di noce. Per un periodo di tempo questa Biblioteca venne messa a disposizione della Pro-loco, per iniziativa congiunta dei Ferrante e dell’On. Arnaldo Fabriani, ma l’esperimento non fini bene. Si dice che molti volumi sono andati persi, altri rovinati, e il profitto del progetto non raggiunse dei buoni livelli nel rilancio culturale soprattutto delle nuove generazioni. Forse e stato un esperimento mal impostato al di la della buona fede dei suoi patrocinanti. Forse era un idea troppo avanguardista per i tempi che correvano. Forse gli utenti erano immaturi e non furono preparati adeguatamente. Comunque, resta il bel ricordo di un qualcosa tentato coraggiosamente e ciò e gia un passo in avanti.

 Abbiamo già visto un altro ‘pezzo” di inestimabile valore storico religioso del Palazzo: la annessa Cappella “gentilizia” della Santissima Concezione, dalla quale si può accedere direttamente al casato tramite l’epistamio o “coretto”; testimonianza, tra l’altro, non solo della profonda religiosità dei Ferrante, ma di tutti i civitani che per quasi 40 anni ebbero questa Cappella come unico luogo cittadino di preghiera in due momenti dolorosi e critici: dopo che era andata in rovina nel 1762 la Chiesa parrocchiale di Santo Stefano a tre navate, e dopo il crollo della nuova, costruita intorno al 1967, in occasione del terremoto del 1915. La nuova Chiesa, a pianta greca, attualmente esistente sulla Piazza Centrale del paese (detto “Il Banco”) venne costruita 37 anni dopo il cataclisma, nel 1952. Tra tante avvenimenti legati a Palazzo Ferrante, alcuni ci sembrano di singolare importanza. Abbiamo ricordato parlando di Antonio Ferrante, la visita che fece il Re Ferdinando II, il 12 luglio 1832 a questo luogo. Ma, molti altri illustri uomini della politica, delle scienze e della cultura, sostarono in questo luogo, e alcuni di loro portarono a compimento grandi opere di ogni tipo: Richard Keppel Craven (1779-1815) (20), Sir Henry Colt O’Rare (1758-1838) (21) Edward Lear (1812-1888) (22), Teodoro Mommsen (1817-1903) (23), Haval (24), John Chetwode Eustace (1762 1815) (25) ed Edward Dedwell (1767-1832) (26).

Fra tanti ospiti casi illustri, va sottolineata la presenza e il lavoro, e certamente la testimonianza più che autorevole, del pittore danese Cristian Zarthmann, del quale abbiamo gia parlato. In una sua lettera ad un amico, nel raccontare di aver avuto l’incarico di decorare un salone lungo 11 metri, si riferisce ad un dipinto “che le voci, dicono che e originale” del Correggio. Afferma che misura 58 x 68 e si chiama “La Notte”. E’ un documento fondamentale nella storia del Palazzo. Si tratta di una lettera spedita da Civita d’Antino il 17 luglio 1884 in cui possiamo leggere: “Mi occupo di decorazioni come te, la sala da pranzo della famiglia Ferrante. Penso che nessuna stanza in tutta la Danimarca e dotata di ornamenti tanto sontuosi; ma il mio lavoro ne costituisce solo una minima parte. La sala e abbastanza grande, lunga 11 metri. Verrà decorata in stile inizio del secolo con in più motivi rose. Ciò che fa diventare sontuoso il salone e il fatto che ho ricevuto il permesso dai proprietari di prendere i migliori quadri di tutto il palazzo per adornarne questa sala. Il quadro che attira di più 1 ‘attenzione e “La Notte” del Correggio. Le voci dicono che e originale ed io sono di questo parere. E ‘ stato dipinto con un fondo rosso sangue come velluto. E’ di dimensioni 58 x 68 cm. Esso, irradia una luce viva, che brilla e splende come fuoco di artificio. Non ho mai pensato che si potesse arrivare a tanto. A me sembra che il quadro a Dresden (27), regga poco il confronto con questo: qui gli angeli sono di un colore blue grigio freddo, in contrasto con la luce della camera che a prima vista sembra luce di lampadario; i colori dei quadri sono vaghi e profondi, sono leggeri come colori ma profondi, brillanti di verde azzurro come se venissero da un altro mondo. II quadro e più intenso di quello che si conserva a Dresden e somiglia a quel grande pastello dipinto dal Correggio, che e al Palazzo Doria di Roma. Mentre tutti i nuovi elementi sono estremamente esuberanti, la luce e incomprensibile, tremolante e leggera, dando movimento agli Angeli. Questo stile Rococò e cosi incomprensibile e bello in tutto: i confronti della luce su alcuni punti sono cosi forti che e impossibile guardare da vicino, ma a distanza tutto si forma ed appare più chiaro ed io non so perché. E cosi il quadro e incomprensibile, ma in verità e proprio magnifico. E’ il miglior fiore del Rococò “(28).

Mentre era in vita Antonio Ferrante (1786-1869), nel 1831, quando aveva raggiunto i quarantacinque anni, ospitò l’inglese Richard Keppel Craven. Nel suo libro, Craven, scrive un racconto assai interessante per avere delle buone notizie sul fabbricato oltre che sulla sua decorazione e arredo interno nella prima meta del XIX secolo nonché sul rapporto fra i civitani e l’allora capo della famiglia: ” il paese ha l’aspetto dei più modesti villaggi greci, composto di poche case povere fra massi rocciosi e cespugli di prugnoli, sulla superficie nuda e desolata di un squallido monte. Fra quelle, o meglio davanti a quelle, si innalza una chiesa moderna insieme ad un ampio palazzo il cui nucleo e i suoi successivi ampliamenti rivelano notevole spesa cd attenta cura. Qui alloggiammo la notte, naturalmente molto meglio di quanto mi aspettassi. Le parole del taverniere infatti mi avevano fatto intravedere al massimo la modestia abitazione di qualche galantuomo. dove avremmo potuto trovare ospitalità a pagamento. Trovammo invece che il signor Ferrante era evidentemente abituato, e ne traeva piacere, a ricevere ospiti con la cordialità riservata ai vecchi amici. Ci fu mostrata una lunga fila di stanze, arredate con ricchezza e lusso tali, che non potemmo evitare di chiederci in che modo camini rivestiti di marmo, tavoli intarsiati, dipinti in splendide cornici dorate e tutta l ‘altra roba, meno appariscente sia pur utile, lettiere intagliate, telai e porte di noce, serramenta di ottone, avevano potuto trovare il mezzo per raggiungere un posto cosi inaccessibile (29). Furono aperte, perché scegliessimo, una camera dopo l’altra, fra le tante preferimmo quella meno lontana dall’abituale soggiorno del nostro ospite, costituito da un salone riccamente ammobiliato, con annessa piccola biblioteca, ampiamente fornita di libri, per i quali egli mostrava grande interesse e dai quali, come appariva della sua conversazione, egli aveva tratto non poco giovamento. Questo signore era proprietario di estesi fondi, sia in Antino che nei luoghi vicini, e gli abitanti del paese sembravano trattarlo con un rispetto e una sottomissione tali da far ritenere tuttora in vita vassallaggio e servitù.

I modesti ordini che ci capito di vedergli impartire a qualche paesano, erano ricevuti con manifestazioni di obbedienza quasi idolatrica, ed erano eseguiti con una prontezza e una precisione che rivelavano l’abitudine alla incondizionata sottomissione verso chi era in modo evidente considerato il padrone. Una disposizione d’animo cosi generalizzata si spiega facilmente fra la gente completamente ed esclusivamente occupata in attività agricole, la quale vede, nell’unico proprietario di terre da essa conosciuto la sola persona da cui dipende per il lavoro, il salario, il castigo e la carità. La cosa ci colpi tanto da convincerci che l’ultima possibilità ha condizionato nel modo più determinante l’atteggiamento di questa gente. In seguito venne a sapere che le autorità provinciali ricorrono con maggior fiducia ai buoni uffici di lui, per la esecuzione di tutti i regolamenti municipali, per le misure di polizia e soprattutto per la esatta riscossione delle tasse, che non ai funzionari locali stipendiati “.(30)

Arriviamo cosi ad un’altra testimonianza molto importante sulla famiglia e sulla vita nel Palazzo dei Ferrante, quella dello scrittore inglese Edward Lear che soggiorno in questo luogo i giorni 28 e 29 agosto 1843, e cioè lo stesso anno della nascita di Christian Zarthamnn. Il racconto del Lear appare nel suo libro “Viaggio illustrato nei tre abruzzi”. Anche qui, come nel precedente scritto del Craven, si ricavano e ribadiscono preziose informazioni sulla generosa ospitalità della casa, su Civita d’Antino, sul suo costume e sui frutti della sua terra, vino incluso. Scrive Lear: “Trovai facilmente l’ampio palazzo di Don Antonio Ferrante, persona ricca e grande proprietario del Distretto. Don Antonio Ferrante non c ‘era: tuttavia, pur non avendo come presentazione altro che una semplice richiesta di rifugio per la notte, fui ricevuto benissimo, come se stessi viaggiando con un seguito di domestici, e fui condotto nel modo più bonario in una stanza bella e pulita. E, davvero, le comodità interne di Civita d’Antino sorprendano tanto di più, in quanto contrastano con l’aspetto esteriore del paese; quadri antichi e moderni in quantità, specchi e porcellane ornano le pareti, e il numero delle stanze e sorprendente; un appartamento, dove ha soggiornato l ‘attuale Re Ferdinando durante uno dei suoi viaggi, e splendido. Dello stesso buon gusto e della stessa raffinatezza fu il pranzo, che questa gentile famiglia preparo per me (essendo gia passata l’ora del loro pasto); tutti particolari che si possono riscontrare in qualunque casa di campagna di un gentiluomo del nostro paese. Un vino bianco del pasto fu particolarmente degno di lode: le costolette d’agnello avrebbero fatto onore all’ ospitalità dell’Inghilterra del sud e del Galles settentrionale. Il rappresentante del mio ospite assente era un medico di Sora piccolo e allegro, si scusava in quanto il secondo figlio di Ferrante, Manfredo, non poteva avere il piacere di ricevermi poiché non stava bene.

Il dottore mi assicurò che avevo perso molto per non essermi incontrato con Don Antonio in persona che, dichiaro ripetutamente, era un vero fulmine, anche se non mi spiego esattamente in che cosa il suo dotto amico (perché una volta Don Antonio era stato avvocato) assomigliasse ad un fulmine.. Dopo il pranzo e la siesta, il dottore mi mostro un giardino assai grazioso, adiacente alla casa dominante tutta l’ampia Valle di roveto, che ha l’aspetto della Svizzera. Nulla poteva essere più sorprendente e incantevole di questa villa ben curata, in un luogo tanto remoto; e mi fu facile pensare perché queste famiglie per mesi, anzi per anni, non andassero fuori delle proprie terre. Infatti la fatica di salire fino a queste case, arroccate su un picco, rende impensabile che esse contengano tutto ciò che può soddisfare i bisogni dei loro proprietari. In una grotta del giardino era tenuto un cinghiale solitario, preso di recente nei boschi circostanti, che non sembrava in alcun modo rassegnato ai lussi del parco, la sua nuova dimora. Ero desideroso di realizzare una immagine fedele di Civita d’Antino; la potei eseguire invece a male pena, in quanto un terribile temporale annunciato da nubi, che avevano tinto la scena di una fosca grandiosità, mi spinse al palazzo Ferrante, dove, fino a sera, fui rallegrato da una apprezzabile esibizione al pianoforte di Don Manfredo Ferrante che, al mio ritorno, trovai a casa. La nostra compagnia fu ultimamente arricchita da Donna Maria Ferrante e da una figlia, che, ben lunghi dall’ essere bella come sua sorella donna Costanza Coletti, era pero assai piacente. La padrona di casa, a sua volta, appariva ancora di notevole bellezza nel volto e attraente nei modi.

La quieta, raffinata padronanza di se e la semplice affabilità di queste donne abruzzesi del ceto medio elevato ci piacevano molto, e immaginavo di vedere i fac-simili delle dame del nostro paese del XIV e XV secolo, 20 agosto 1843: ho trascorso la mattina a disegnare. La grandiosità della catena dei monti impedisce a Civita d’Antino di essere riprodotta facilmente su carta. Un pò di tempo l’ho anche dedicato agli antichi resti ciclopici intorno al paese. Dopo il pranzo di mezzogiorno sono partito (nonostante questa buona gente insistesse molto perché restassi) e Don Manfredo mi ha accompagnato per due o tre miglia. Nella vita di questo giovane si era verificato un singolare cambiamento: era stato educato a Napoli e ben abituato alle distrazione della metropoli, da poco tempo era stato costretto a rinunciare alla spensierata condizione di figlio più giovane (quale egli era) per adempiere i doveri più gravosi, come rappresentante di suo padre, dato che il fratello maggiore aveva improvvisamente rinunciato a tutti i suoi diritti sulla proprietà della famiglia per farsi Gesuita. Non potei fare a meno di pensare, dalIe osservazioni di Don Manfredo, che questa prospettiva di ricchezza e di dignità apparisce un magro compenso rispetto alla perdita della liberta: un proprietario abruzzese raramente lascia le tenute paterne: ” siamo come lupi, chiusi in queste montagna “, diceva: “non vado più in città”. (31) Un’altra testimonianza sulla casata e sul Palazzo Ferrante, questa volta più vicina a noi nel tempo, e del 12 febbraio 1915, un mese dopo il terribile terremoto di Avezzano. Si tratta di esteso articolo, di un anonimo cronista, molto pessimista sul futuro del paese, pubblicato su “Il Giornale d’Italia”, che parlando di Civita d’Antino dice: “questo ameno paesello, villeggiatura prediletta dei danesi, e ricco di memorie storiche e stata appena menzionato dai giornali come danneggiato dal terremoto mentre, al pari di altri villaggi, non resterà che un letto di macerie quando le poche case rimaste in piedi verranno del tutto atterrate perché pericolanti e inabitabili.

Perdita irreparabile e stata la caduta del Palazzo Ferrante, che, edificato circa quattro secoli fa, racchiudeva una pinacoteca di inestimabile valore ed una biblioteca con libri e manoscritti del ‘400. Quelle mura avevano ospitato Ferdinando II di Borbone: una grossa catena di ferro alla porta d’ingresso ne attestava anche il diritto di asilo accordato dal Re. Quelle mura avevano ospitato i più illustri personaggi, generali, vescovi, deputati; e Teodoro Mommsen vi rimase a lungo per decifrare le iscrizioni antiche romane, incise su statue e colonne che adornavano il secolare e meraviglioso giardino. Ma la vittima più lacrimata dell’intero paese è l’Avvocato Filippo Ferrante che la notte del 12 gennaio, per affari non suoi, si trovo a dormire ad Avezzano e fu la sua ultima notte: la mattina del 13 lo trovo sepolto tra le rovine dell ‘Hotel Vittoria. Era stato Consigliere provinciale e Sindaco di Civita d’Antino per lunghi anni che furono fecondi di bene e di prosperità al paese, perché, seguendo, con mitezza d’animo e per acume di mente le tradizioni di famiglia, ne fu benemerito benefattore. Oggi la sua morte e pianta più ancora che la distruzione del paese (32). Pochi giorni dopo la pubblicazione del nostro servizio su Casa Ferrante (1), il Sig. Filippo Ferrante, che ringraziamo per la squisita disponibilità dimostrata più volte nei nostri riguardi ha sottoposto alla nostra attenzione (2) una preziosa documentazione riguardante la sua insigne Casata, il cui contenuto pensiamo possa suscitare interesse in quanti mirabilmente coltivano la passione per la vita e la cultura della nostra terra. Teodoro Mommsen, che fu per lungo tempo ospite della famiglia Ferrante nel “Corpus inscriptionum latinarum” riporta le iscrizioni, dopo aver ricordato Domenico Ferrante ed i suoi illustri amici. ” 

Dopo Febonio che mise in luce alcune iscrizioni su questa città, la maggior parte le mise in luce per primo l’Antinate Domenico Ferrante, il quale sistemo in un museo domestico e mise in comune con gli amici quelle che ebbe a trovare e quanto poteva (ancora) farsi. Onde (le iscrizioni) si trovano tanto tra i fogli di A. S. Mazocchi, quelli del Marini mediante Zarillo e infine nel Commentario che pubblico sulla città di Antino il romano Domenico De Sanctis servendosi dei mezzi del Ferrante. Da questo libro più che dalle lapidi stesse richiamarono queste iscrizioni nell’ ‘Itinerario’ e Romanelli nella ‘Topografia’. Ferrante poi trasmise anche ai posteri il Compito di raccogliere le antichità”. Da alcune lettere scritte da Kristian Zahrtmann ai suoi amici durante i suoi viaggi all’estero ed in particolar modo quelle scritte da Civita d’Antino. “K. Z. a Aug. Jerndoff Civita D’Antino 1884: Mi occupo di decorazioni come te, la sala da pranzo della famiglia Ferrante. Penso che nessuna stanza in tutta la Danimarca e dotata di ornamenti tanto sontuosi; ma il mio lavoro ne costituisce solo una minima parte. La sala e abbastanza grande, lunga 11 metri. Verrà decorata in stile inizio del secolo con in più motivi di rose. Ciò che fa diventare sontuoso il salone e il fatto che ho ricevuto il permesso dai proprietari di prendere i migliori quadri di tutto il palazzo per adornarne questa sala. Il quadro che attira più l’attenzione e “LA NOTTE” del Correggio. Le voci dicono che e originale,ed io sono di questo parere. E stato dipinto con un fondo rosso sangue come velluto. E’ di dimensioni 58 x 68 cm. Esso irradia una luce viva che brilla e splende come fuoco di artificio. Non ho mai pensato che si potesse arrivare a tanto. A me sembra che il quadro a Dresden (3) regga poco il confronto con questo: qui gli Angeli sono di un colore bleu grigio freddo in contrasto con la luce della camera che a prima… vista sembra luce di un lampada: i colori del quadro sono vaghi e profondi, sono leggeri come colori ma profondi, brillanti di verde azzurro come se venissero da un altro mondo. Il quadro e più intenso di quello che si conserva a Dresden e somiglia a quel grande quadro pastello dipinto dal Correggio che e al palazzo Doria di Roma. Mentre tutti i nuovi elementi sono estremamente esuberanti, la luce 6 incomprensibile, tremolante e leggera, dando movimento agli angeli. Questo stile Rococò e cosi incomprensibile e bello in tutto; i confronti della luce in alcuni punti seno cosi forti che e impossibile guardare da vicino ma a distanza tutto si forma ed appare tutto più chiaro ed io non so il perché. E cosi il quadro e incomprensibile ma in verità è proprio magnifico. E’ il migliore fior del Roccocò Anno 1912 Dal II volume pag. 1014 “Dizionario di cultura universale” della casa Editrice del Dr. Francesco Vallardi: “Civita d’Antino (ant. ANTINUM). Com. in prov. di Aquila (Avezzano) a m 900 sul mare; ab. 1600 terre mediev. dei Colonna; belle chiese; avanzi di mura pelasgiche e di edifici romani; pal. Ferrante con quadri del Botticelli e del Reni e una ricca biblioteca”. Al riguardo si reputa opportuno far presente che una celebre lamina, “gelosamente conservata” fu sottratta alla famiglia Ferrante. Francesco Ferrante scopri, tradusse e conservo l’iscrizione incisa su elegante lamina di bronzo. La lamina di bronzo, rettangolare, 16 alta cm 4,4 e lunga cm 17,5. In buono stato di conservazione; presenta un foro su ciascuno dei lati corti; e stata scoperta nel secolo scorso presso Civita d’Antino. L’iscrizione e composta di tre righe. La grafia è quella latina dell’epoca tarda repubblicana (II I sec. a. C.). L’iscrizione, considerata perduta, é stata rinvenuta al Museo del Louvre che l’aveva acquistata da un certo Canessa in data 30. 6. 1897. Molto probabilmente “Canessa” e un nome italiano. Purtroppo altri dati non figurano oltre il cognome e l’atto di vendita. Testi Enzo Maccallini – Lucio Losardo

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