Civita d’Antino an invisible town “…non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi …”

(Italian-English) CIVITA D’ANTINO: una “città invisibile” !? di Sergio Bini (Dal libro L’italian dream di K. Zahrtmann Copyright © 2009 Antonio Bini – Edizioni Menabò. All Rights Reserved) Civita d’Antino qualche anno fa è entrata casualmente – anche se con decisione- nella mia personalissima mappa mentale dei luoghi che amo; una sorta di “dreamland”. E’ una mappa costellata di luoghi che, per ragioni emotive, mi affascinano e che conosco e riconosco, spesso senza averli mai visitati nella realtà. Tempo fa mi era accaduto di ascoltare storie di questo antichissimo e nobilissimo paese-territorio che era stato prescelto da famosi artisti scandinavi per impiantarvi una prestigiosa scuola di pittura verso la fine degli anni settanta del 1800. Sarebbe stato Kristian Zahrtmann, un famoso maestro danese, ad aprire questo innovativo percorso geografico, turistico e umano, ma anche e soprattutto artistico e culturale.


Mentre ascoltavo il racconto, l’immaginazione correva alla fatica, alle energie ed al tempo che questi artisti dedicavano a quel lunghissimo e periglioso viaggio annuale dalla lontana regione Scandinava per raggiungere questo studio “a cielo aperto” senza pareti che metteva loro a disposizione scenari, scenografie, persone e, soprattutto, sensazioni uniche ed irripetibili. Sicuramente ne doveva valere “la pena”, come diremmo oggi. Addirittura, l’ultimo tratto del viaggio andava percorso a dorso di asino, in quanto la linea ferrata – a valle – sarebbe stata posta in esercizio soltanto nel 1900, mentre la strada che avrebbe collegato Civita d’Antino con il resto del mondo sarebbe stata aperta solo nel 1910.

E’ certo, che non tutti sono attrezzati per apprezzare adeguatamente qualcosa che ha a che fare con l’arte; è richiesta una speciale sensibilità! Un blocco di marmo diventa un capolavoro solo nell’immaginazione (prima) e nelle mani (dopo) di artisti come Michelangelo. Questo è un concetto-guida che viene enfatizzato da Antoine de Saint-Exupéry quando teorizza che «… non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi …».  La passione e il legame virtuale per Civita d’Antino si sono fortemente rafforzati quando, in occasione della presentazione -presso l’Accademia di Danimarca- della versione italiana di un libro scritto all’indomani del terremoto della Marsica del 1915 dallo scrittore danese Johannes Jørgensen ho potuto apprezzare immagini e dettagli sui “pittori scandinavi in Abruzzo alla fine dell’Ottocento e lo straordinario periodo di Civita d’Antino”.

Nel sentire gli interventi appassionati dei relatori mi sono sentito tanto il Kublai Kan mentre ascolta i racconti che Marco Polo gli fa di improbabili città affascinanti ed sospese nel tempo e nello spazio -all’interno di un meraviglioso libro di Italo Calvino-. Nelle sue “città invisibili”, Calvino teorizza che «… le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni di un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi …. Il libro si apre e si chiude su immagini di città felici che continuano a prendere forma e svaniscono, nascoste nelle città infelici» Per chi non ha mai avuto l’opportunità di incontrare sul proprio “percorso” il nostro antichissimo e glorioso centro abruzzese, può ritrovare frammenti ed immagini di Civita D’Antino “dispersi e diffusi” all’interno delle fantasiose ricostruzioni di città invisibili raccontate dal “calviniano” Marco Polo: è un po’ Diomira, la città nella quale “ … chi vi arriva una sera di settembre, quando le giornate s’accorciano e le lampade multicolori si accendono tutte insieme sulle porte …, gli viene da invidiare quelli che ora pensano d’aver già vissuto una sera uguale a questa e d’esser stati quella volta felici”; o, forse, sembra Zaira, una città fatta “di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato …di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata … Ma la città non dice il suo passato lo contiene come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli corrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole”;

o, meglio, la si confonde con Tamara, nella quale “l’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose … altri segnali avvertono di ciò che in un luogo è proibito e di ciò che è lecito…anche le mercanzie che i venditori mettono in mostra sui banchi valgono non per se stesse ma come segni d’altre cose… Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte: la città dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso … nella forma che il caso ed il vento danno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure…”. Resta incombente, però, il peso di una delle riflessioni finali di Calvino: “il catalogo delle forme è sterminato: finché ogni forma non avrà trovato la sua città, nuove città continueranno a nascere…”; però, anche: “dove le forme esauriscono le loro variazioni e si disfano, comincia la fine delle città ”. Quest’ultimo corollario torna alla mente ogni volta che rileggo il testo di Johannes Jørgensen (che nella precedente traduzione in lingua italiana del 1931 aveva il titolo francescano “nella terra di sorella morte”); è un testo agile e poetico che fornisce nell’immaginario del lettore un quadro di Civita d’Antino dal quale trapelano le stesse sensazioni e le stesse emozioni che si trovano nelle parole del libro di Calvino. A queste dimensioni emotive si deve aggiungere quella venatura di malinconia e tristezza tipica della tradizione nordica, presente anche nelle favole di Hans Kristian Andersen -che ben conosceva il nostro Zartmann-. Ma quella di Civita è una “favola” o meglio una “fiaba in progress” che attualmente è impegnata nella fase grigia del divenire della sua rappresentazione.

Le cronache raccontano che, purtroppo, il drammatico terremoto della Marsica del 15 gennaio 1915 ha sepolto persone, scenari, sogni, passato e futuro. L’energia liberata dal movimento tellurico non ha fermato solo lancette dell’orologio del campanile “alle ore otto meno cinque: l’ora della morte di Civita d’Antino”, come annota con precisione Johannes Jørgensen nel suo racconto. Per Civita le conseguenze del sisma sembrano essere state ben più gravi dei soliti terremoti! Sembra, quasi, che oltre alla forza materiale della natura si sia aggiunto un qualcos’altro di impalpabile, immateriale e misterioso che ha fatto spegnere i sorrisi e la forza delle persone che sono sopravvissute. Infatti, ci sono dei passaggi del libro-resoconto di viaggio di Johannes Jørgensen che lasciano aperte delle intense riflessioni e/o interpretazioni per una possibile ricostruzione della componente immateriale della storia di Civita; in particolare, desidero evidenziare alcuni tra quelli che ritengo i passaggi più significativi: “gli spiriti sotterranei che da lungo tempo erano prigionieri (dal 1703 la zona non era stata interessata da terremoti), qui hanno infuriato con la massima spietatezza …”; “la natura ha condotto il gioco – un gioco crudele!-”; è ricorrente l’esclamazione: “Civita d’Antino è finita … Civita d’Antino non si rialzerà mai più!”; il resoconto del viaggio vero e proprio ha inizio a “Tagliacozzo, il 17 gennaio 1915” in compagnia di Daniel Hvidt, l’unico pittore danese soggiornante e sopravvissuto al terremoto. Se si prova, allora, ad analizzare la storia non con le categorie della razionalità ma con un pizzico di fantasia, si può immaginare che dalle fenditure apertisi nella terra, dopo il sisma, siano uscite schiere di “spiritelli” che erano scesi dal nord al seguito dell’esercito di Corradino di Svevia -malamente sconfitto tra Scurcola e Tagliacozzo circa 650 anni prima-.

Forse, per una qualche cabala nordica, dopo aver vegliato e custodito per lunghi anni, nel silenzio della morte, i resti dei propri soldati caduti nei combattimenti, sono usciti per trasferire il silenzio anche all’esterno, con un velato sentimento di rivalsa nei confronti del destino e del territorio. Sembra verosimile immaginare che questa moltitudine di spiriti abbia voluto creare una sorta di incantesimo, facendo calare una cappa impalpabile in grado di spegnere l’armonia, la semplicità, la felicità e il feeling con il mondo dell’arte. Dopo il terremoto, infatti, Civita d’Antino sembra proprio essere caduta in un pesante e triste letargo che dura da quasi un secolo. Senza una lettura esoterica degli eventi, diventa difficile spiegare come un terremoto così distruttivo (del 10° grado della scala Mercalli) abbia potuto risparmiare la “sala degli stemmi” di Casa Cerroni – nella quale gli artisti scandinavi avevano lasciato ai posteri il segno del proprio soggiorno civitano – e la tomba di Anders Trulson, sfortunato giovane, biondo come Corradino -che la sorte ha voluto che rimanesse per sempre a vigilare i paesaggi, le emozioni ed i ricordi: muse immateriali ed eterne-.

Come una delle fiabe della fanciullezza, attendo con ansia che, dopo quasi cent’anni di silenzio e solitudine, possa arrivare finalmente un qualcosa e/o un qualcuno in grado di spezzare questo malefico incantesimo e, quindi, possa restituire alla collettività la Civita d’Antino fissata nelle immagini che gli “89 artisti scandinavi” della Scuola di Zartmann hanno consegnato all’ammirazione di tutto il mondo. Rivitalizzare la memoria e valorizzare il patrimonio intangibile di Civita. Gli effetti di questo silenzio e di questa solitudine si percepiscono nella lettura del pregevole libro dedicato da Settimio Maciocia a Civita d’Antino, circa cinquanta anni fa. L’autore cerca, con molto garbo, di ridimensionare sia la presenza della Scuola degli artisti scandinavi di Zahrtmann, sia l’esperienza stessa di questi 89 artisti operando una diluizione all’interno di in una storia millenaria. Maciocia, però, si vede costretto a registrare, in maniera velata, che «… Civita ha cambiato fisionomia dopo il terremoto. Allora c’erano stradine su cui affacciavano case con le scale esterne; allora c’era la quadrata torre dei Colonna. Ma le strade, le piazze erano povere di alberi. D’estate il paese, esposto com’è a mezzogiorno, diveniva accecante coi bianchi ciottoli delle sue strade che parevano dovessero spaccarsi. E tutto questo piaceva immensamente ai pittori scandinavi fradici di nebbia e di gelo. Sole, grande sole, grandi cieli, enorme luce!

Qualcuno di questi pittori, tornato anni or sono, è rimasto colpito dai molti alberi che ora rallegrano il paese. “Non buono. Tutto cambiato!”. Così hanno detto». Da una prima lettura sembra quasi che il giudizio negativo degli artisti scandinavi sia stato provocato dalla presenza degli alberi ! – Forse, un esame più attento potrebbe porre in evidenza l’esistenza di scelte che direttamente e/o indirettamente hanno significativamente contribuito a far perdere l’anima del territorio e quello scenario di emozioni e sensazioni uniche che riusciva a trasmettere.Questi dispettosi spiritelli nordici sono riusciti a spegnere i colori che arricchivano i quadri le cui immagini costituiscono la scenografia della mia personalissima Civita d’Antino: città invisibile agli occhi degli altri! Recentemente, da un antiquario ho trovato, una collezione di sei paesaggi datati 1965 (giusti cinquanta anni dopo il terremoto della Marsica) firmati G. Mattei nei quali l’artista riesce a rappresentare con tratto deciso ed in maniera esaustiva ed asciutta la condizione di “silenzio e solitudine” nella quale è precipitato il Paese. A conferma di quella che appare la visione artistica del Mattei – la titolazione di uno dei paesaggi “Angolo dimenticato” (sic !) – che non si distingue certo dagli altri scenari proposti dall’artista. Non c’è più l’allegria semplice della gente, i colori ed il calore umano ben ritratto dalle molteplici tele dei pittori scandinavi. Non pare esserci più nemmeno l’atmosfera fotografata nel 1789 da Richard Colt Hoare – un grande viaggiatore ed antiquariam settecentesco – quando annotava: «la provincia dell’Abruzzo, non battuta dalla gran massa dei viaggiatori e sconosciuta perfino agli abitanti delle zone vicine … devo qui ripetere con somma gratitudine che, proprio in queste lande remote e fuori dalle strade frequentate, è da sperimentare quella ospitalità genuina e cordiale che di rado si riscontra in paesi maggiormente favoriti dalla natura e dalla presenza degli uomini. E tutto questo serberò piacevole e gradito ricordo».

 Ma su quest’angolo d’Abruzzo ancora “selvaggio e ancora così poco noto” si soffermava nel 1871 anche Ferdinand Gregorovius. Nelle pagine dedicate alla unicità dei luoghi, delle atmosfere e delle persone per la prima volta emerge come finalità del viaggio la ricerca del campo di battaglia (tra Scurcola e Tagliacozzo) dove si consumò la tragedia di Corradino di Svevia. Gregorovius auspicava che il suo “amico Lindemann, maestro del paesaggio italiano …. Rimaneva colpito di questa incomparabile scena. Essa potrebbe ispirare un quadro del più alto stile eroico, … mi piacerebbe anche veder dipinto dalla sua mano il campo di battaglia di Corradino col monte Velino per isfondo …”.  E qui ricompare, come per chiudere il cerchio, la presenza dello sfortunato Corradino di Svevia. Sento, allora, ancora più forte la necessità di scavare opportunamente nella dimensione esoterica e misteriosa della storia dei luoghi e degli avvenimenti; si potrebbe, forse, scoprire che il passaggio finale dell’ultimo discendente degli Hohenstaufen abbia, ancora oggi, una influenza importante sugli avvenimenti quotidiani di questo territorio. Sono certo, che riscoprendo e valorizzando opportunamente questo patrimonio fatto di aspetti intangibili, immateriali e misteriosi (che spesso chiamiamo coincidenze) potremmo spezzare l’incantesimo della fiaba di Civita d’Antino e restituirla al suo futuro. E’ per questo che alle parole conclusive (malinconicamente scandinave) di Jørgensen quando sottolinea che la “… felicità s’è spenta come fiamma”, vorrei aggiungere a penna “ma restano la determinazione, la caparbia e la speranza tipica delle genti d’Abruzzo”.

 In caso contrario questo potrebbe essere uno degli ultimi fiammiferi che ci affida la sorte per non farci fare la fine della piccola fiammiferaia uscita dalla mirabile penna del danese Hans Christian Andersen, un altro amico dell’Italia.

CIVITA D’ANTINO: an “invisible town” !? di Sergio Bini (*) A few years ago, by chance — even though decisively –, Civita d’Antino entered my strictly personal mental map of places very dear to me; a kind of “dreamland”. It‘s a map spangled with places which for emotional reasons fascinate me and which I know and recognize, often without having actually seen them. Some time ago, I happened to hear stories about this very ancient and very noble village-territory which, at the end of the seventies of the 19th century, had been chosen by famous Scandinavian artists to establish a prestigious art school. Kristian Zahrtmann, a famous Danish painter, is said to be the initiator of this innovative geographic, tourist and human — but also and above all — artistic and cultural path. While I was listening to the story my imagination pictured the great effort, energy and time necessary for that endless and dangerous journey on which these artists went every year from the remote Scandinavian region to go to this “open-air” atelier without walls but rather giving them sceneries, settings, people and, above all, unique and unrepeatable sensations. Certainly, it had to be worth “the trouble”, as we would say today. The last part of the way they even had to ride on the back of a donkey as the railway through the valley opened only in 1900 and the road by which Civita d’Antino would be connected to the rest of the world only in 1910. Of course, not everybody is able to appreciate everything that has to do with art; one must have a particular sensitivity! A block of marble will become a masterpiece only in the imagination (first) and in the hands (then) of an artist such as Michelangelo.

This is a guiding concept, and Antoine de Saint-Exupèry emphasizes it when he theorizes that «…It is only with the heart that one can see rightly; what is essential is invisible to the eye….». ¹ My virtual bonds and my passion for Civita d’Antino became even stronger when at the presentation — held at the Denmark Academy in Rome — of the Italian version of a book, written by the Danish author Johannes Jørgensen ² right after the earthquake in the Marsica region in 1915, I had the opportunity to appreciate images and details about “Scandinavian painters in Abruzzo at the end of the 19th century and the ‘golden age’ of Civita d’Antino”. While I was listening to the passionate words of the speakers I was feeling like Kublai Kan when he listened to the stories, Marco Polo narrated to him about unlikely fascinating towns fluctuating in time and space — in a wonderful book by Italo Calvino ³ –. In his “invisible towns”, Calvino theorizes that «… cities are a whole of many parts: memories, wishes, signs of a language; cities are places of exchange — as all the books of economic history explain — yet not only for the exchange of goods, but of words, desires, memories… The book starts and ends with pictures of happy cities which continue to take shape and fade away, hidden in unhappy cities» Whoever has never had the opportunity to “encounter” that antique and glorious village in Abruzzo can find pieces and pictures of Civita d’Antino “dispersed and diffused” in those fanciful reconstructions of invisible towns told by Calvino’s Marco Polo: there’s a touch of Diomira in the town in which «… for the man who arrives there on a September evening, when the days are growing shorter and the multicoloured lamps are lighted all at once at the doors … , is that he feels envy toward those who now believe they have once before lived an evening identical to this and who think they were happy, that time »; or, perhaps, seems like Zaira a town made of «relationships between the measurements of its space and the events of its past … as this wave from memories flows in, the city soaks it up like a sponge and expands …… The city, however, does not tell its past, but contains it like the lines of a hand, written in the corners of the streets, the gratings of the windows, the banisters of the steps, the antennae of the lightning rods, the poles of the flags, every segment marked in turn with scratches, indentations, scrolls»; or, better, can be mistaken for Tamara a town where «“the eye does not see things but images of things that mean other things …other signals warn of what is forbidden in a given place and what is allowed …the wares, too, which the vendors display on their stalls are valuable not in themselves but as signs of other things …Your gaze scans the streets as if they were written pages: the city says everything you must think, makes you repeat her discourse … in the shape that chance and wind give the clouds, you are already intent on recognizing figures …” »; But the importance of one of Calvino’s final reflections is imminent: «the catalogue of forms is endless: until every shape has found its city, new cities will continue to be born …”; though: « when the forms exhaust their variety and come apart, the end of the cities begins ».

I remember this last corollary every time I reread Johannes Jørgensen’s text (which in the former translation into Italian of 1931 had the Franciscan title “in the land of sister death”); it is a lively and poetic text able to create in the reader’s imagination a picture of Civita d’Antino from which surface the same emotions as from Calvino’s words. To these emotional dimensions must be added a trace of gloomy thoughts and sadness which is typical for the Nordic tradition and to be found in Hans Christian Andersen’s tales — well known by Zahrtmann. But the Civita story is a “fairy tale” or better a “fairy tale in progress”, in spite of the fact that at the time being the village is going through a difficult stage of forlornness. The news stories tell that, unfortunately, the dramatic earthquake in the Marsica region of 15th January 1915 has buried people, sceneries, dreams, the past and the future. The energy released by the telluric movement stopped not only the hands of the bell tower clock “at five minutes to eight: Civita d’Antino’s hour of death”, as Johannes Jørgensen precisely records in his story. For Civita, the after-effects of the seism were much more serious as usually happens! It almost seems that besides the physical power of nature there was something impalpable, immaterial and mystic which took away the smile and the strength from the survivors. In fact, in Johannes Jørgensen’s book-report there are some passages that allow intense reflections and/or interpretations of a possible reconstruction of the immaterial element of the Civita story. I would like to point out some of the passages, which in my opinion are the most meaningful: “the underground spirits that had been imprisoned for a long time (since 1703 there hadn’t been any earthquakes), raged with the utmost unmercifulness…”; “nature laid down the rules of the game — a cruel game! –“ a repeated exclamation: “Civita d’Antino is finished … Civita d’Antino will not rise again!”; the real travel report starts in “Tagliacozzo, on 17th January 1915”. Jørgensen was in company of Daniel Hvidt, the only present Danish painter and survivor of the earthquake. Now, if we try to analyse the story, not with rationality but with a little fantasy, we could imagine that from the crevasses originated by the seism hosts of “trolls” 4 have come out. They surely had come down from the north in the suite of the army of Conrad the Younger of Swabia who had been resoundingly defeated between Scurcola and Tagliacozzo about 650 years earlier. Maybe because of some Nordic cabala, after holding a long silent wake for the bodies and the souls of the soldiers, they surfaced to somehow seeking revenge. That way, the multitude of sprites could have casted a spell by letting down an impalpable cloak that would have damped down harmony, genuineness, happiness and the feeling for the world of art. Consequently, Civita d’Antino sunk into a deep and dreary apathy which lasted almost a century. Without an esoteric interpretation of the events it would be hard to explain why a so destructive earthquake (intensity 10 of the Mercalli scale) could have spared the hall of the coats of arms in the Cerroni house — where the Scandinavian artists had left for posterity a mark of their stay in Civita — and Anders Trulson’s grave. The unlucky young man, fair-haired like Conrad the Younger was fated to stay there forever to keep watch over landscapes, emotions and memories: immaterial and eternal muses. As in one of the childhood fairy tales, I anxiously await that in the end, after almost a hundred years of oblivion and solitude, something would happen and/or somebody would arrive able to break the malefic spell, and to restore the village of Civita d’Antino captured in the paintings consigned by the “89 Scandinavian artists” of the Zahrtmann School to everyone’s admiration. Revitalize memories and value Civita’s intangible heritage. The effects caused by oblivion and solitude are perceptible in the worthful book that Settimio Maciocia has dedicated to Civita d’Antino about fifty years ago. The writer gently redimensioned both the presence of Zahrtmann’s school of Scandinavian artists and the experiences of these 89 artists, diluting it  within a millenary history. 5 But Maciocia is obliged to record, even though in outlines, that «… after the earthquake, Civita has changed its aspect. Before, there were narrow streets bordered with houses with outside stairs; before, there was the square Colonna-tower. But there were not many trees along streets and squares. In summer, due to the southern exposure of the village, the white cobblestones in the street reflected a blinding light and it seemed that they would break up anytime.

The Scandinavian painters who were weary of fog and cold greatly enjoyed all this. Sun, big sun, wide skies, enormous light! Some of these painters who years later came back were impressed by the many trees in the village. “Not good. Everything changed!” that’s what they said». I don’t think that the trees had been the reason for the adverse opinion expressed by the Scandinavian artists, since Zahrtmann himself wanted them. If we look closer, we can probably find that choices made, both directly and indirectly, have significantly contributed to the loss of the soul of the territory and the scenery of unique emotions and sensations, which it was able to give. These nasty Nordic sprites have succeeded in fading the bright colours of the paintings which represent the scenery of my very personal Civita d’Antino: an invisible town in the eyes of others! Recently, in an antique shop I found a series of six landscapes of 1965 (exactly 50 years after the earthquake in the Marsica region) signed by G. Mattei. He was able to reproduce with vigorous strokes of the pencil and in a thorough and dry style the condition of oblivion and solitude the village has plunged into. The title of one of the landscapes “Godforsaken Corner” (sic!) — which isn’t very different from the other five — is explanatory for Mattei’s artistic vision of the scenery. The genuine cheerfulness of the people, their warm-heartedness and the colours, so perfectly portrayed by the Scandinavian painters, had gone. Even the atmosphere described in 1789 by Richard Colt Hoare — a great eighteenth-century traveller and antiquarian – seems not to be the same anymore: «… the province of Abruzzo, unfrequented by the generality of travellers, and unknown even to the inhabitants of the neighbouring districts … I must here repeat with gratitude, that in these remote and unfrequented tracts we meet with that genuine and cordial hospitality, which is too seldom to be found in more favoured and more populous countries; and such as I shall for ever call to mind with pleasure and grateful remembrance.» 6 In 1871, also Ferdinand Gregorovius sojourned in this “wild and still so little known” corner of Abruzzo. In the pages dedicated to the uniqueness of the places, the atmospheres and the people, for the first time it becomes clear that the purpose of the journey was to visit the battle camp between Scurcola and Tagliacozzo, the site of the tragedy of Conradin of Swabia. Gregorovius writes about his «friend Lindemann, master in Italian landscapes… He was impressed by this unequalled scene, which could inspire a painting in the most heroic style, … I also would like to see — painted by his hand — Corradino’s battle camp with Mount Velino in the background… ».7 And here again, like a circle, the presence of the unlucky Conradin of Swabia. I feel even stronger the need to delve into the esoteric and mystic dimension of the history of places and events. Maybe we could find out that the final passage of the last descendant of the Hohenstaufen has still a strong effect on the everyday life in this territory. I’m sure that the rediscovery and the appropriate valuation of this heritage consisting in intangible, immaterial and mysterious aspects (often called coincidence) could break the spell of the fairy tale and give Civita d’Antino back its future. For this reason I would like to take my pen and add to Jørgensen’s (gloomily Scandinavian) closing words “… happiness has been extinguished like fire”, that “determination, stubbornness and hope, which are typical for the Abruzzo people, still exist”. Otherwise, we already would light the last match just as Hans Christian Andersen’s Little Match Girl did. The great Danish fairy tail writer, too, was one of Italy’s friends. (*) engineer and managing director. He was born in Abruzzo, but lives and works in Rome.

1 Antoine DE SAINT-EXUPERY, THE LITTLE PRINCE, Tascabili Bompiani, 1997. 2Johannes JØRGENSEN, CIVITA D’ANTINO, (by Antonio Bini e Stig Holsting; translated by Bruno Berni). D’Abruzzo Edizioni Menabò, Ortona, 2005. 3Italo CALVINO, LE CITTA’ INVISIBILI, Edizioni Oscar Mondatori, 1993. 4Settimio MACIOCIA, CIVITA D’ANTINO – history, art, legends, edited by Associazione “Pro Loco” of Civita d’Antino, 1956. 5“Dalla chiostra dei Marsi ai monti d’Abruzzo”, in Attilio BRILLI, ALLA RICERCA DEGLI ITINERARI PERDUTI, Silvana Editoriale, Milano, 1988 (pages 145 and 146). 6“Dalla chiostra dei Marsi ai monti d’Abruzzo”, in Attilio BRILLI, ALLA RICERCA DEGLI ITINERARI PERDUTI, Silvana Editoriale, Milano, 1988 (pages 149 and 151). 7Conradin of Swabia was born in 1252 in Germany (in Landshut). He was Conrad IV’s son, Frederick II’s grandson and Constance of Altavilla’s great-grandson. The latter was the daughter of Roger II, King of the Norman Kingdom of Sicily, and the wife of the Emperor Henry IV of the Hohenstaufen, who was the son of Frederick I Barbarossa. Therefore, Conradin has been, even if indirectly, the last descendant of the Norman dynasty in Italy. The Normans were an ancient and brave population of Nordic origin (from which derive the terms Northmen o Nortmanni), initially called Vikings. Translation from Italian by Monika Kugler

I commenti sono chiusi.