La suggestiva storia dei pittori scandinavi

“Kristian Zhartmann è uno di quella illustre schiera di personaggi della cultura europea che negli ultimi tre secoli hanno a lungo visitato l’Italia, affascinati dalla sua lucente e talvolta selvaggia bellezza, descrivendola sempre con le emozioni e l’intensità di chi la scopriva per la prima volta. Scrittori poeti musicisti artisti, tutti fortemente attratti dal Bel Paese, del quale andavano alla scoperta negli angoli talvolta i più remoti, rispetto alle principali vie di comunicazione del tempo, tutt’altro che agevoli. Byron, Goethe, Mozart, Stendhal, Lear, Ulrichs, Berlioz, per citarne alcuni.

E Zahrtmann, appunto. Danese, nato nel 1843 a Ronne, ridente cittadina dell’isola di Bornholm, nel Baltico, Kristian Zahrtmann frequentò la Realskole fino al diploma. Trasferitosi a Copenhagen, seguì poi il corso di disegno all’Istituto tecnico ed infine l’Accademia delle Arti, laureandosi nel 1868. Pittore versatile ed anticonformista, insieme a Peder Severin Kroyer e Theodor Esbern Philipsen, presto si allontanò dal tradizionalismo accademico degli artisti della Golden Age danese, aprendosi alla ricerca pittorica nei campi del naturalismo e del realismo. Particolarmente conosciuto in patria per la sua pittura storica, specie riferita alle leggendarie e tragiche vite delle grandi donne della storia danese – singolari le sue opere sull’eroica principessa Leonora Christine, figlia del sovrano Christian IV, caduta in disgrazia a causa del marito Corfits Ulfeldt, sospettato d’alto tradimento – Kahrtmann s’era realizzato in tutto il suo eclettismo con un’ampia produzione di ritratti, ambienti di strada, scene popolari e paesaggi, aprendo un solco importante come riformatore dell’arte danese, sia per l’uso pionieristico del colore che per l’affermazione di stili personali nella pittura. Sceso per la prima volta in Italia alla fine del 1875, vi restò per tre anni, visitando con lunghe soste Roma, Siena, Pistoia, Amalfi ed infine Saracinesco, sperduto paese di poche anime su un cocuzzolo che domina la valle dell’Aniene, così chiamato per le scorrerie subite dai Saraceni. Produsse una serie di dipinti, in quel periodo. Del sole e della luce, dello splendore della natura, delle scene di vita quotidiana, delle tradizioni e dei riti della religiosità popolare dell’Italia Kahrtmann si era innamorato senza riserve. Tanto che, negli anni seguenti, vi fece ritorno insieme ad altri artisti quali Joakim Frederick Skoovgaard, Theodor Esbern Philipsen e Viggo Pedersen.

E tuttavia il colpo di fulmine l’avrebbe avuto nel 1883 – incredibile a dirsi – con Civita d’Antino, borgo marsicano arroccato su un colle della Valle Roveto, in provincia dell’Aquila, nell’Abruzzo più profondo ed isolato che dopo l’unificazione d’Italia solo in quegli anni veniva collegato al resto del Paese con le ferrovie Pescara-Sulmona-L’Aquila-Terni e Sulmona-Avezzano- Roma, realizzate tra il 1875 e il 1888, oltre all’adriatica che già dal 1863 aveva congiunto Pescara ad Ancona. Prima dell’era cristiana Antinum – l’attuale Civita d’Antino – fu un’importante città del popolo dei Marsi. Dopo la guerra sociale, solo due centri marsi furono insigniti della cittadinanza romana, Marruvium e appunto Antinum. Attorno all’anno Mille il paese era molto fiorente. Nel Medioevo il nome di Civita d’Antino nei documenti compare, insieme ai centri della Valle Roveto, come feudo dapprima degli Svevi, poi degli Angioini, quindi degli Orsini, dei Piccolomini e, dal 1445, dei Colonna. Con Gioacchino Murat, dal 1808 re di Napoli, Civita d’Antino divenne Comune centrale, raccogliendo i territori di San Vincenzo, Morrea, Castronovo e Morino. Oggi è un bel borgo con circa 1200 abitanti. L’artista danese giunse a Civita d’Antino nel mese di giugno 1883. Quel paese di montagna, la sua gente semplice e schiva, i ritmi della vita cadenzati dal lavoro nei campi, furono per Zahrtmann una scoperta che ne avrebbe cambiato l’esistenza. Così scrisse, in una lettera del 22 giugno al suo amico Frederik Hendriksen: “Sono innamorato della montagna e del carattere che dona alla gente che l’abita. Dovresti vedere i giovani lavoratori tornare dai campi. Con le zappe in spalla, canticchiando allegri le loro melodie del Saltarello. Avresti detto con me che in nessun teatro s’era mai sentito un coro più bello. Questo perchè tutti cantano di cuore, così che la loro gioia sale dritta nell’aria come una bolla scintillante…”. Fatto sta che egli elesse proprio quello sperduto borgo come sua seconda patria. Ospite della famiglia Cerroni, vi trascorse ogni anno l’estate, fino al 1911. Entrò presto in comunione con quella gente, in apparenza schiva, invece nella sua semplicità ricca di gentilezza e di valori dal sapore antico. D’ogni cosa che riguardasse la quotidianità di Civita d’Antino, le tradizioni e la religiosità, Zahrtmann rimase impressionato tanto da amarla fortemente. Un amore certamente ricambiato, copioso di premure e d’affetto dei suoi abitanti, tanto da vedersi tributato, nel 1902, il riconoscimento di cittadino onorario di Civita d’Antino. Non fu un caso isolato il fascino che questo borgo esercitò su Zahrtmann. Uguale folgorazione aveva subìto nel 1877 il pittore danese Enrik Olrik e prima ancora – scrive Antonio Bini in un suo libro – nel 1843 Edward Lear, inglese di nascita ma di genitori danesi, “landscape painter” com’egli si definiva e viaggiatore attento che pagine superbe avrebbe scritto proprio sull’Abruzzo.

Ebbene, tornando a Kristian Zahrtmann, un fatto eccezionale va certamente ricordato: la nascita per sua iniziativa d’una vera e propria Scuola estiva per artisti scandinavi, che poi prese il suo nome, in aperta contestazione con le politiche dell’Accademia delle Arti danese, completamente innovativa sui programmi e metodi formativi. Da quel momento Civita d’Antino divenne punto di riferimento per centinaia d’artisti dal nord Europa. “Proprio questo felice isolamento – annota ancora Antonio Bini – sembra essere stato apprezzato da Zahrtmann, il cui tormentato carattere ritrovava semplicità e vitalità creativa tra le montagne abruzzesi, dedicandosi interamente alla pittura e trasformando il piccolo paese – Civita d’Antino, ndr – in un laboratorio en plein air, dove si dipingeva dalla prima mattina fino al tramonto, con tanti modelli a disposizione, in un clima di spensierata amicizia e di sorprendente integrazione”. Nel 1908 un fatto rilevante si sarebbe compiuto a Copenhagen: in una grande mostra esposero più d’una ventina d’artisti passati per la scuola di Civita d’Antino. Le loro opere – paesaggi, scene di vita agreste, ritratti – splendenti della loro solarità e ricchezza di colori illuminarono quell’evento, ma sopra tutto migliaia di tele che quella parte d’Abruzzo dipingevano erano ormai entrate nei musei e nelle collezioni private della Scandinavia e della mittel Europa. Gli artisti danesi passati per Civita d’Antino, in quella straordinaria Scuola estiva di Kristian Zahrtmann, non possono non essere richiamati, almeno i nomi degli artisti più affermati: J. Bentszen-Bilkvist, A. Bertelsen, V. Bissen, G. Borjeson, A. Borjeson, L. Brandstrup, C. Butz-Moller, P.S. Christiansen, C. Clausen, G. Clement, T. Clement, O.G. Danneskjold-Samsoe, S. Danneskjold-Samsoe, R. Fiebiger, F.G. Friis, P. Hansen, O. Hartmann, M. Henriques, K. Holbo, D. Hvidt, K. Isakson, L. Jorde, J. Kragh, P.S. Kroyer, M. Kroyer, D. Lahmann, F. Larsen-Saerslov, A.M. Lassen, H.J.Lorup, A. Lunn, C. Mathorne, T. Mogensen, N.P. Mols, V. Neiiendam, E. Nielsen, M. Nyrop, D. Olrik, H. Olrik, S. Onsager, V. Pedersen, E. Petersen, T. Philipsen, J. Rohde, C. Roos, K. Schou, K. Sinding, K. Sinding-Larsen, J. Skovgaard, N. Larsen-Stevns, P. Tom-Petersen, K. Torne, Anders Trulson, S. Wandel, E. Weie, J. Wilhjelm e O. Wold-Torne. Nel 1912 Zahrtmann acquistò a Frederiksberg un pezzo di terreno, dove costruì un’abitazione che chiamò, manco a dirlo, “Casa d’Antino”. Vi visse i suoi ultimi anni, fino al 1917, quando, dopo un ricovero in ospedale per un’appendicite, il 22 giugno morì all’età di 74 anni. E’ sepolto nel cimitero di Vestre, a Copenhagen.

Eppure una vicenda così straordinaria sarebbe rimasta nota a pochi spiriti eletti, poi forse sarebbe stata sepolta dalla polvere nei recessi della memoria se l’indomita passione di Antonio Bini, sopra tutto, e di qualche altro cultore della storia definita a torto “minore” del nostro Abruzzo, non l’avessero riportata alla luce. Merita dunque un forte plauso Bini, a rischio d’infrangere la sua spiccata modestia e riservatezza. Ma è giusto farlo. Si deve infatti a lui la promozione d’una serie d’iniziative per rinverdire la splendida avventura, culturale ed umana, di Kristian Zahrtmann, della sua Scuola a Civita d’Antino, delle centinaia d’artisti scandinavi che per oltre trent’anni vi passarono fin quando il terremoto del 13 gennaio 1915 non sconvolse la Marsica, con le sue distruzioni e con trentamila vittime, determinando anche la fine di quella meravigliosa esperienza artistica. Antonio Bini, con la pazienza del ricercatore, ma anche con l’amore di chi fa bene le cose per pura passione, non s’è fermato e non si ferma davanti alle difficoltà e talvolta alle ottusità mentali da chi meno te l’aspetti. Sa che l’immagine dell’Abruzzo, il suo appeal all’estero, affonda le radici certo sulle bellezze naturali, sulla storia millenaria della sua gente, sul grande patrimonio artistico e architettonico delle città d’arte e degli splendidi borghi, sulla qualità della cucina abruzzese e dei prodotti tipici. Ma anche sa bene che nel mondo il successo turistico della regione poggia anche su storie come questa dei pittori scandinavi, su aspetti che destano comunque interesse e curiosità. Questo intrecciato sistema di valenze, che egli da scrupoloso e lungimirante dirigente regionale del settore ha raccolto e valorizzato come brand nella felice locuzione “Abruzzo shire”, va alimentato con arricchimenti e continue novità che la migliore stampa internazionale non manca di cogliere. Infatti, proprio sulla Scuola di Zahrtmann e sulle orme percorse dagli artisti scandinavi fino a Civita d’Antino si è incamminato dalla Svezia l’interesse d’un giornalista e scrittore, JohanWerkmaster, venuto qualche tempo fa in Abruzzo alla ricerca della tomba di Anders Trulson, giovane pittore svedese morto di tubercolosi nel 1911 e sepolto nel cimitero vecchio di Civita d’Antino. Anche Werkmaster si è poi innamorato dell’Abruzzo, tanto che si accinge a scriverci un libro. Ma intanto vi è tornato per partecipare alla presentazione presso la Maison des Arts del volume di Antonio Bini “L’italian dream di Kristian Zahrtmann – La scuola dei pittori scandinavi di Civita d’Antino“, pubblicato dalle Edizioni Menabò. Il libro, con testi anche in inglese, ricostruisce la storia della colonia d’artisti guidata da Kristian Zahrtmann che, tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, frequentò per anni il paesino abruzzese, poi ritratto in numerose opere presenti nei più importanti musei della Scandinavia. L’intenso periodo artistico terminò appunto nel 1915, con il terremoto della Marsica, che provocò l’inesorabile declino del paese della Valle Roveto. A distanza di quasi un secolo, e dopo un altro terremoto che ha colpito duramente L’Aquila, la città capoluogo d’Abruzzo, riemerge l’incredibile storia di Zahrtmann e della sua Scuola. Il libro di Bini si legge come un romanzo. Raccoglie varie testimonianze su quello straordinario periodo e una significativa selezione di lettere di Kristian Zahrtmann. Tra le curiosità presenti nel volume si segnalano: la ristampa del catalogo della mostra che Zahrtmann organizzò a Copenaghen nel 1908, dal titolo “Civita d’Antino dei Pittori danesi”; l’individuazione in una chiesa di Soborg, in Danimarca, d’un quadro di K. Zahrtmann che ritrae la “Madonna della Ritornata”, la cui icona originale è venerata a Civita d’Antino; infine, il racconto del viaggio alla ricerca della tomba di Anders Trulson, scritto dal giornalista e scrittore svedese, Johan Werkmaster. (di Goffredo Palmerini)

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