“Abruzzoshire” e i Pittori scandinavi

“Abruzzoshire” e i Pittori scandinavi, intervista ad Antonio Bini (di Goffredo Palmerini) 05/08/2009 Pescara. Si è chiusa il 31 luglio, alla Maison des Arts di Pescara, la mostra “Il lungo viaggio dal Nord”, ovvero l’Abruzzo nei dipinti degli artisti scandinavi della scuola estiva del pittore danese Kristian Zahrtmann. Un vero successo l’evento che dal 7 luglio ha esposto al pubblico, non solo abruzzese, 30 opere di alcuni dei grandi artisti passati per quella scuola di Civita d’Antino, dal 1877 al 1915, nel luogo che ha ispirato migliaia di opere sul paesaggio, su natura, gente e costumi dell’Abruzzo più profondo, quale poteva essere quel borgo della Marsica oltre un secolo fa. Alla cerimonia di chiusura hanno partecipato Antonio Bini, l’Associazione “Culture Tracks” e la Fondazione “PescarAbruzzo”, promotori della mostra, con il concorso d’un pubblico emozionato e numeroso, tra cui molte persone di Civita d’Antino, giunte per l’occasione dal paesino della Valle Roveto dove l’artista danese aveva aperto la scuola di pittura, singolare cenacolo d’artisti scandinavi innamorati di quella terra selvaggia, della solarità dell’ambiente, della gente semplice e schietta con ataviche tradizioni sociali e religiose. Un successo culturale, senza dubbio, per il valore degli artisti in esposizione, sebbene piccola parte degli oltre duecento pittori passati per quella scuola, le cui opere sono presenti nei più prestigiosi musei del nord Europa e in molte collezioni private. Ben se ne accorse del loro valore anche Gabriele d’Annunzio quando il 23 settembre 1895, in visita alla prima Biennale di Venezia – allora Esposizione Internazionale d’Arte – accanto alla tela dell’amico Francesco Paolo Michetti “La Figlia di Jorio” notò, e ne rimase incantato, la “Processione di San Lidano” di Kristian Zahrtmann.

Il Vate scrisse poi una lettera all’amico pittore di Francavilla al Mare con un giudizio assai pesante sulla qualità della rassegna veneziana, con eccezione per “La Figlia di Jorio” e per le opere “…di certi scandinavi e di certi danesi”. Alla Biennale, oltre a Zahrtmann, quell’anno parteciparono Peter Severin Kroyer e Viggo Pedersen, entrambi componenti la colonia d’artisti di Civita d’Antino. Tornando alla mostra pescarese, si segnala anche un risultato di più vasta portata, che consente alla comunità di Civita d’Antino di riappropriarsi appieno della memoria collettiva e d’una parte importante della propria storia civica, per anni trascurata, come all’intero Abruzzo di riscoprire una straordinaria avventura artistica, prima che l’oblio la coprisse inesorabilmente di polvere. Un risultato importante, quasi inaspettato nella dimensione. L’evento, infatti, apre prospettive per il futuro su tanti aspetti analoghi d’un Abruzzo inesplorato in molte sue potenzialità culturali: dalla storia all’arte, dall’architettura alla gastronomia, dalle tradizioni popolari alle valenze naturalistiche ed ambientali. Spesso l’interesse, specie delle amministrazioni pubbliche, s’incentra su aspetti di più immediata disponibilità – con l’occhio spesso rivolto al consenso elettorale – il più delle volte solo epidermide del complesso sistema di valori che la regione invece dispone. Occorre dunque dapprima conoscere. Poi saper investire su tanti aspetti della realtà abruzzese, ricca di singolarità e di valenze neglette, capaci di destare interesse ben oltre i confini del proprio villaggio. Questo caso lo dimostra, per l’interesse che ha suscitato all’estero più che in Abruzzo, almeno a livello di istituzioni, talvolta più inclini a sostenere colorite iniziative di folclore piuttosto che certe singolarità della nostra storia.

Per fortuna operazioni come questa trovano un alto riscontro all’estero – in Danimarca e Svezia, per esempio – ed aprono significativi flussi d’interesse verso l’Abruzzo. Va dunque sottolineato il merito di chi tra non poche difficoltà ha promosso la riscoperta della scuola di Kristian Zahrtmann, come l’infaticabile Antonio Bini, e chi ci ha creduto. Perché su tali cespiti non effimeri poi cresce dell’altro. E’ il caso di citare quanto ha dichiarato il presidente della Fondazione “PescarAbruzzo”, Nicola Mattoscio, concludendo il suo intervento alla chiusura della mostra, circa l’intenzione della Fondazione di prendere in esame la possibilità d’acquistare le tele in esposizione, tutte di collezionisti italiani, e di altre opere provenienti da musei o da aste internazionali. Per riportarle in Abruzzo, in un’adeguata struttura espositiva permanente, che sia testimonianza della straordinaria avventura artistica della scuola di Zahrtmann a Civita d’Antino e degli artisti scandinavi che ne furono protagonisti. Una dichiarazione impegnativa, accolta giustamente da un prolungato applauso. Per i cittadini di Civita d’Antino presenti è stato davvero commovente l’escursione tra le opere esposte che richiamavano luoghi, costumi, storie e volti, patrimonio delle proprie radici e del proprio passato. Ha scelto bene la pro-loco del paesino marsicano nel promuovere questo viaggio a ritroso nel tempo tra le meraviglie dei dipinti in rassegna. Un’anziana donna non è riuscita a trattenere le lacrime, mentre ringraziava Bini per quanto in questi anni egli ha fatto. Emozionante sentire i più anziani discutere di persone ritratte nei quadri, di angoli del paese riconosciuti, nonni indicare ai nipoti i lavori agricoli d’un tempo. Presenti all’evento anche le pittrici danesi Helle Fibiger e Kirsten Murhart, che hanno portato il loro saluto. Particolarmente sentito l’intervento della Murhart mentre confermava l’intenzione di non voler lasciare l’Abruzzo, anche se la galleria e la sua casa a Gagliano Aterno, bel borgo della Valle Subequana, sono state danneggiate dal terremoto del 6 aprile. La presenza delle due pittrici, sia in mostra con alcune opere, sia con la loro esperienza vissuta in Abruzzo, danno il senso d’una continuità nella storia artistica ed affettiva degli artisti scandinavi verso questa regione. Kirsten Murhart è un’espressionista figurativa di grande talento. Affermata giornalista ed editorialista di valore, in attività per oltre vent’anni, nel contempo praticava la pittura prima di dedicarsi completamente alla sua vera passione. Ha esposto in Danimarca, Svezia, Germania, Polonia, Russia e Olanda. Sue opere sono in diversi musei d’Europa. Ispirata alla realtà, la sua pittura si richiama a temi etici presentati in uno stile caricaturale e pungente. Si divide tra la Danimarca e l’Abruzzo, dove lavora nell’atelier di Gagliano Aterno, in provincia dell’Aquila. L’area d’impegno artistico di Helle Fibiger spazia dalla pittura alla scultura e alla fotografia. L’eclettica artista danese, con una cifra molto personale, predilige una pittura che evoca l’acqua, la natura ed il paesaggio con le sue cicatrici. Ricca d’interessi e curiosità, l’artista ha viaggiato molto in cerca d’ispirazione, in Islanda, Germania, Giappone, Turchia, Groenlandia, ma sopra tutto in Italia. L’Abruzzo è una terra che l’affascina, per lunghi periodi l’artista vi risiede, a Pratola Peligna. In fondo, l’appassionata opera di Antonio Bini nel recuperare alla memoria regionale la presenza in Abruzzo degli artisti scandinavi ha fatto nell’ultimo mese un grande balzo in avanti. Con questa bella mostra a Pescara e con l’uscita alle stampe del suo volume “L’italian dream di Kristian Zahrtmann”, pubblicato dalle Edizioni Menabò. Il 12 agosto  il libro di Bini è stato presentato Civita d’Antino, con l’intervento dell’artista Kirsten Murhart. L’evento è stato segnalato nell’home-page del sito dell’Ambasciata danese in Italia (http://www.ambrom.um.dk/it/) a conferma della validità del lavoro di ricerca svolto. L’obiettivo futuro è quello di realizzare un centro di documentazione sulla straordinaria avventura a Civita d’Antino di Kristian Zahrtmann e dei pittori scandinavi. E’ il minimo che si possa fare in Abruzzo, una terra che “… molto ha dato all’arte scandinava”, come ha affermato Erich Bach, direttore dell’Accademia di Danimarca in Italia. Su questa bella storia ho rivolto ad Antonio Bini alcune domande. Non solo per la storia in sé, ma anche per tutti quei tesori che l’Abruzzo ancora cela e quando vengono scoperti configurano ancor più la sua peculiarità, l’essere una terra ancora da scoprire, di grande fascino e suggestione. Di queste valenze Bini è uno dei cultori più attenti, prima come docente universitario presso l’Università di Teramo ed attualmente come dirigente della Regione Abruzzo nel settore Turismo.

A lei, dottor Bini, si deve il merito d’aver riportato all’attenzione l’appassionante storia di Kristian Zahrtmann e della sua scuola estiva di pittura a Civita d’Antino, dove centinaia d’artisti scandinavi passarono per oltre trent’anni fino al 1915, quando il terremoto della Marsica vi pose fine. Come e quando è nato il suo interesse? “ Mi incuriosì una richiesta di informazioni di un giornalista e scrittore svedese che intendeva ritrovare la tomba di un pittore, Anders Trulson, sepolto a Civita d’Antino. Perché si trovava in Abruzzo, Trulson, all’inizio del novecento? Diedi la mia disponibilità ad accompagnare il giornalista, che poi è diventato un amico, cui devo le prime coordinate di quella straordinaria stagione artistica. Ho poi fatto ulteriori ricerche e due viaggi di studio in Danimarca e Svezia. Sono andato alla ricerca della casa di Zahrtmann, che si trova ancor oggi nell’omonima piazza di Copenhagen, e ho potuto constatare il permanere della targa esterna “Casa d’Antino” – con l’antico motto del popolo marso “Nec sine nec contra” – quale dimostrazione del fortissimo legame con il paese abruzzese. La spinta finale a ricostruire la storia di Zahrtmann a Civita è venuta dal ritrovamento del catalogo della mostra “Civita dei pittori danesi” che egli volle organizzare nel 1908 presso il prestigioso Kunstforeningen di Copenhagen. Probabilmente nessuna realtà italiana, anche decisamente più importante, ha avuto mai un evento dedicato come quello voluto da Zahrtmann. Ricordo che già nel 2005 curai l’edizione italiana di un racconto di Johannes Jorgensen (il grande poeta e scrittore danese convertitosi al cristianesimo e divenuto l’autore della più importante biografia di San Francesco) sul terremoto del 1915 che distrusse anche Civita d’Antino. All’inizio del secolo scorso il paese della Valle Roveto era tanto noto in Scandinavia che il racconto fu semplicemente intitolato “Civita d’Antino”. L’Abruzzo è una regione con preziosità spesso nascoste, con grandi ricchezze archeologiche, artistiche, architettoniche e storiche. Un pregevole sistema di città d’arte e borghi, in una regione con grandi aree naturalistiche protette. Nella sua storia millenaria risiedono personaggi ed eventi di rara suggestione. Come ritiene possano essere valorizzati a beneficio d’un turismo di qualità? “Spesso l’Abruzzo è stato ritenuto privo di grandi eccellenze artistiche storiche e culturali. C’è voluto il terremoto del 6 aprile 2009 per far emergere lo spessore del patrimonio culturale della regione, di cui si è ampiamente occupata la stampa straniera. Stesso discorso vale per il Grand Tour, il cui recupero vede impegnate molte realtà territoriali con studi, eventi e mostre. Anche la vicenda della colonia scandinava a Civita dimostra quanto sia da rivedere la convinzione diffusa che la regione fosse esclusa da questo importante fenomeno culturale. Occorre anche notare che nel 1999, a Pistoia, fu organizzata una mostra dedicata a Zahrtmann che immortalò la città toscana – semplice tappa del suo viaggio verso Civita – con un solo quadro! Questo esempio la dice lunga sulle difficoltà di valorizzare il nostro patrimonio culturale, laddove si pensi che Zahrtmann ha realizzato oltre un centinaio di opere in Abruzzo, in un paese che oggi, con poco più di duecento abitanti, rischia di scomparire. La valorizzazione del territorio si costruisce nel tempo, dedicando la dovuta attenzione a quei fattori che possono aiutare lo sviluppo locale. Ma anche qui è necessario superare miopi visioni che rivelano arretratezza, non potendosi circoscrivere il patrimonio culturale di una regione ai soli artisti e letterati nati in Abruzzo. Il caso di Zahrtmann e di altri artisti scandinavi dimostra come le loro produzioni artistiche costituiscano patrimonio culturale sia per l’Abruzzo che per i paesi scandinavi, e non solo. L’intenzione della Fondazione PescarAbruzzo – manifestata dal prof. Mattoscio in sede di chiusura dell’evento espositivo – di riportare in Abruzzo una parte di opere costituisce un importante risultato dell’esposizione e in prospettiva un’occasione per “riparare” all’inerzia di decenni. In attesa del museo che forse un giorno verrà si sta intanto costruendo un museo virtuale www.civitadantino.com “. Lei, per ragioni professionali, ha contatti con le più importanti testate giornalistiche del mondo. Al suo impegno si deve l’intuizione e l’affermazione del termine “Abruzzo Shire”, diventato sulla stampa estera un vero e proprio marchio della regione. Su quali valenze riesce meglio ad affermarsi all’estero l’Abruzzo e su quali settori, a suo parere, è più produttivo investire. “Il successo del progetto Invest-Abruzzo si deve alla “costruzione” di un brand Abruzzo attorno ad una serie di valori immateriali, compresi quelli derivanti dai viaggiatori del Grand Tour, che ha prodotto effetti reali”. Storie come quella che lei ha riportato alla luce, possono determinare interesse e curiosità in Italia ed all’estero, per sviluppare quel turismo culturale confacente all’Abruzzo e per consolidare il brand abruzzese? Ho incontrato Johan Werkmaster, giornalista e scrittore svedese, verificando il suo grande interesse per questa storia e il suo innamoramento per l’Abruzzo. Mi dice qualcosa in più? “Werkmaster è un giornalista e scrittore di Goteborg sulla scia dei viaggiatori romantici del Grand Tour, che ha trovato in Abruzzo ancora elementi inediti e inespressi, che approfondisce con un occhio attento e amico. E’ ormai prossima la pubblicazione di un suo lungo racconto di viaggio sull’Abruzzo, aggiornato agli effetti derivanti dal sisma del 6 aprile”. C’è, secondo lei, una possibilità d’investire in promozione sulle comunità italiane all’estero ed avere buoni ritorni turistici, specie verso i giovani di seconda e terza generazione dell’emigrazione? Quale potrebbe essere il ruolo delle Associazioni Abruzzesi all’estero? “Oggi gli abruzzesi all’estero o i figli e nipoti dei nostri emigranti posseggono un livello culturale decisamente più alto rispetto al passato e ben potrebbero avvalersi del grande appeal di artisti stranieri che sono stati legatissimi alla nostra regione, anche sotto il profilo delle opere prodotte, per dare un senso diverso e per certi versi riconoscibile nei paesi di residenza. Per rimanere alla Danimarca, mi è piaciuta molto l’idea del sig. Lolli, un aquilano che da tempo opera a Copenhagen, il quale ha da alcuni anni aperto un apprezzato ristorante nel centro del capitale danese, cui ha dato nome “Casa D’Antino” – (http://www.casadantino.dk/11-velkommen.htm) – in stretta continuità con l’affettiva denominazione scelta da Zahrtmann per la sua casa-atelier. Certo dovrebbero alimentarsi reciproci flussi di informazione, adattati per singoli Paesi”. Ho ringraziato Antonio Bini non solo per la cortesia delle sue risposte. Molti spunti interessanti egli ha dato per far esprimere al meglio le potenzialità turistiche dell’Abruzzo. Si tratta di saper raccogliere la sfida, valorizzare i settori d’interesse, promuoverli adeguatamente ed in modo sinergico. In fondo egli stesso, per pura passione, ha saputo dare la risposta più concreta a quanto va da tempo affermando. L’Abruzzo non può che essergli grato. Goffredo Palmerini

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